M.E. Blog

Secondo voi perché la prima definizione, che ha introdotto poi il concetto moderno di imprenditore, era “Capitano di ventura?” Io non la trovo casuale questa definizione. E questa domenica sera, chiusura di una settimana per me particolarmente impegnativa, voglio raccontarvi quello che si nasconde dietro il mio lavoro. Quello che io per prima nascondo. A me e a chi mi circonda. Come si diventa imprenditore?. Me lo devo chiedere.

Come si diventa Imprenditore?

E’ una domanda stupida dal mio punto di vista. E’ come chiedere a Francesco Totti come si diventa calciatori. Voi direte, perché ti fai da solo domande stupide?

Perché è giusto partire da qui. Tutti possono giocare a Calcio. Tutti (o quasi) possono avviare un’attività imprenditoriale. Pochissimi riescono. In tutti e due i casi. Non ci sono barriere d’ingresso. Il gioco, aumenta di difficoltà e ti scarta. Se non sei tu a scartarlo e andare avanti. Perché o ci nasci o nulla, devi cambiare sport o lavoro.

Qualche tempo fa è uscita la classifica dei migliori imprenditori under 30 italiani. Nove su Dieci avevano in dote aziende che anche mia nonna conosce. Bisogna vergognarsi di essere stati fortunati? Direi proprio di no. Lavoro per far si che un giorno mio figlio sia uno di questi nove.

Ma le aziende, oggi illustri, da dove hanno cominciato? da chi?

Mi piacerebbe dire da qualcuno come me. Ma solo il tempo lo dirà. Di sicuro da qualcuno che non voleva le cose semplici. Che non voleva lavorare per il sogno di un altro. Perché se fai l’imprenditore vuol dire che ti hanno fatto vedere da piccolo troppe volte Peter Pan. Perché non vuoi camminare in mezzo a tutti gli altri. Vuoi volare. Non vuoi seguire le strade, il traffico. Non ho mai capito perché qualcuno mi deve dire cosa devo fare per meritarmi quello che mi serve da vivere. Perché qualcuno mi deve dire quale deve essere il mio tenore di vita, la mia macchina, il mio hotel o la mia meta delle vacanze. Per non parlare dell’orologio che devo portare.

Voglio sceglierlo io. O almeno provarci. Voglio che quando si sceglie la mia azienda si sceglie me. Il mio nome: Mattia Esposito. Voglio mettere un “nome sulla strada” (su ancora più strade di dove è attualmente). Voglio poter lavorare con chi scelgo io. Voglio svegliarmi ogni giorno con l’idea che con il mio socio posso creare qualcosa ancora di nuovo, di migliore. Voglio le macchine che avevo della Burago. Voglio poter far sognare.

E poi ci sono altre cose per me di impareggiabile vantaggio nella mia scelta di vita :

  • Poter andare tutti i giorni al ristorante e ordinare da Deliveroo
  • Azzerare ogni distanza con i miei interlocutori più grandi e navigati di me. Se facciamo business insieme, chiunque tu sia, stai parlando con un tuo pari. Con un proprietario di azienda come te.
  • Non aver paura di nessuno, a livello di business, sapendo che con il mio socio rideremo. Comunque vada.
  • Esser invitato alle conferenze come relatore

Tutto perfetto, no? Come dico sempre a chi mi sta intorno ” Il sogno americano (un pò italiano e napoletano)”

E invece per fare questo, e per riuscire domani, ci sono tante voci a cui bisognerebbe mettere un bel meno davanti al bilancio che presento al commercialista e… a me stesso.

C’è il tempo. Che passa. Vivo la grande illusione che facendo impresa, ed essendo io il datore di me stesso, ho più tempo per me e per chi mi vuole bene. Ma non è così , forse anche se sei uno di quei nove di cui parlavo.

Dovrebbero dirti più che sul regime fiscale al quale aderire, se tu, si proprio tu, sei pronto a fare per il tuo sogno, un patto con un Faust digitale al quale vendere la maggior parte della tua energia?

Perché dietro a tutte le cose belle, le ambizioni e soddisfazioni ci son tanti momenti che non immortalo su Instagram.

Quando la sveglia può suonare anche alle 4 e alla fine per la fretta ti accorgi che tutto quello che lascerai messo male, rimarrà così fino al tuo ritorno. Quando ti alzi il bavero della giacca per il freddo che ti avvolge e aspetti il taxi. Quando, come l’ultimo anno, fai 51 trasferte su 52 settimane. 102 valige fatte tra andata e ritorno, 102 viaggi e 12 caricabatterie dell’Iphone smarriti. 51 ritorni in cui trovi il frigo vuoto.

I ritardi nei pagamenti dei clienti, gli obiettivi tuoi, loro e di essi. Le aspettative. Le persone che non riesci a vedere, e quello a cui non riesci a farti sentire. Sentire, inteso come percepire. Il telefono che ogni minuto è lì che ti guarda, come un figlio a cui devi dedicare le tue attenzioni. Quel telefono lo prendi anche quando non dovresti. Sei lontano, anche da chi ti è vicino. I tuoi problemi o lavori sono quelli importanti. Anche gli altri, ma dopo. Non te ne rendi conto e prosegui. Le cose belle richiedono sacrificio : te lo ripeti come un mantra. Ti convinci che alla fine tutti sono contenti di te. Del professionista, dell’imprenditore.

Ma sono contenti di Mattia? 

Forse si. Quando ti ricordi che alla fine non sei il padre eterno e forse non sei neanche un medico al pronto soccorso dopo una catastrofe.  Forse si quando non sei stanco. Forse però te lo dimentichi tante volte. E alla fine credi di si. Credi.

La mia mente pone ancora altre domande, a cui non voglio e posso rispondere. La sveglia domani suona alle 7.15. Comincia una nuova settimana, in un vita quasi come quella della settimana scorsa. Se non fosse che a volte sono i “quasi” a cambiare l’essenza del tutto. L’ultima cosa che voglio domandarmi, anche qui, è se ne vale la pena.

Ne vale la pena?

Quando hai la gioia nel cuor

tu ti senti sollevar

e se il mondo coi suoi guai

alle spalle lascerai

le nubi puoi guardar

puoi volar

puoi volar

puoi volar

puoi volar

puoi volar

Eccola Wendy!

Vola e Va! Peter Pan, 1983

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